Storia di Aurora

Ricordo di lei quei piccoli occhietti, che si aprivano con forza verso la mia direzione appena sentiva la mia voce o la mia presenza; ricordo di lei quei suoi movimenti di braccia e gambe quando voleva farsi vedere forte e coraggiosa e si ribellava al cambio del pannolino o ad un minimo spostamento che la “costringevano” a fare; ricordo ogni singolo particolare, ogni minuto o meglio oserei dire, ogni secondo della sua breve esistenza.

Questa è la storia di una bambina, la mia bambina Aurora, venuta al mondo il 17 marzo 2015 e volata via l’8 aprile 2015 dopo solo 23 giorni di vita e di lotta.

Aurora si era mostrata forte fin dal principio quando, alla 12° settimana di gestazione, le avevano diagnosticato una patologia rara: un’ernia diaframmatica congenita sinistra che comporta un buco nel diaframma con conseguente risalita degli organi dell’addome (stomaco, intestino, fegato) nella cavità toracica provocando una compressione dei polmoni e impedendone così un regolare sviluppo. Io e mio marito non sapevamo neanche di cosa stessero parlando i dottori: ci stavano parlando di percentuali, di interventi in utero e post nascita, di qualità di vita…io mi sentivo come se fossi racchiusa in una bolla, sentivo del “frastuono” venire dall’esterno ma non capivo cosa fosse…non stavo ascoltando più nessuno, sentivo solo un dolore straziante provenire dal mio cuore. Mi sono chiusa nel silenzio e nella disperazione e pensavo solo all’amore grande per quella piccola creatura che cresceva dentro di me, giorno dopo giorno. Siamo stati messi davanti alla scelta di abortire o di non farlo e abbiamo deciso, fermamente, che non eravamo nessuno per decidere della vita di Aurora, che dovevamo darle una possibilità e che avremmo lottato con lei e per lei fino alla fine. E così è stato. Siamo state sottoposte alla 28° settimana di gravidanza ad intervento in utero, denominato Feto, per garantirle una maggior possibilità di sopravvivenza e lo stesso era andato benissimo… i suoi polmoni si stavano espandendo, cresceva bene ed era un vortice di energia. Ma, con il passare del tempo, è comparso un eccessivo Polidramnios e continuavano a sottopormi ad amnio-decompressione (aspirazione del liquido amniotico in eccesso). Alla 30° settimana di gestazione, Aurora presentava un edema sottocutaneo diffuso e da lì l’incubo che ci fosse qualcosa di nascosto, di sconosciuto e di terribile. Alla 33° settimana di gestazione, mentre ero sdraiata su quel lettino, che ormai era diventato il nostro “compagno di viaggio” e mi stavano sottoponendo all’ennesima amnio-decompressione, mi si sono rotte le acque e di lì a poche ore sarebbe nata la mia piccola Aurora e sarebbe iniziata la sua lotta senza la mia protezione. Avrei voluto tenerla con me per sempre perché era il solo modo che avrei avuto per tenerla al sicuro, lontana dai pericoli, dalle sofferenze e da tutti quei macchinari che l’avrebbero tenuta in vita per soli 23 giorni, i giorni più lunghi della mia esistenza.

Non potevo fare più nulla per lei, se non andare a trovarla, starle vicino, raccontarle tante storie e cantarle delle dolci ninna nanne, accarezzarle con delicatezza quel piccolo corpicino e sperare, con tutte le mie forze, che avrebbe superato anche quell’ostacolo e che sarebbe tornata a casa con me, tra le mie braccia. Era una bambina forte e lo dimostrava giorno per giorno; era stata sedata ma lei andava contro la sedazione perché voleva farsi vedere forte per noi. Si sforzava di aprire quegli occhietti nella nostra direzione quando arrivavamo davanti alla sua termoculla per farci capire che ci sentiva, che sentiva la nostra presenza lì vicino a lei. È indelebile dentro di me il ricordo di quando stringeva le nostre dita con le sue piccole manine forti, quando muoveva le labbra e faceva le bollicine, quando le davano il mio latte con il sondino e la sua espressione cambiava, compiaciuta, assaporava me! Tutti i giorni quei suoni della Terapia Intensiva Neonatale mi entravano nel sangue, eravamo lì insieme a tanti altri genitori, ognuno con la sua storia, con la sua lotta ma tutti lì per dare forza e presenza ai nostri figli adorati. Non dimenticherò mai nulla di lei nemmeno il suo pianto, con quel tubo che lo rendeva silente. Il tempo che trascorrevamo lì davanti a quel suo “lettino di vetro” era così pesante, l’attesa straziante e il non sapere, se l’avremmo mai portata con noi a casa, così struggente. Eravamo in balia degli eventi, senza remi in un mare in tempesta.

La vita, però, aveva un altro progetto per noi e così come è arrivata la mia piccola Aurora, di notte e in silenzio, se ne è andata. Vi chiederete perché in silenzio? Perché quando è venuta al mondo non poteva piangere in quanto è stata intubata e portata subito in terapia intensiva, perché non poteva affaticare i suoi piccoli

polmoni e non ci siamo neanche “conosciute” perché mi avevano addormentata. Quando ha lasciato questa terra, invece, non ha voluto che io e il suo papà fossimo presenti alla sua agonia: eravamo rimasti con lei fino a mezzanotte, l’abbiamo salutata, accarezzata e le avevo promesso che ci saremmo riviste l’indomani mattina ma così non è stato…Alle 00.44 dell’8 aprile, ero nel letto e ho sentito un piccolo calcio nella pancia, come quelli che mi tirava quando ero preoccupata di non sentirla e, alle 01.12 ci hanno chiamato dalla terapia intensiva per dirci che ci stava lasciando. Siamo arrivati lì di corsa alle 01.43 ma alle 01.40 il suo cuoricino aveva smesso di battere, non ha voluto che la vedessimo rianimare. L’hanno staccata da tutti quei macchinari che l’avevano tenuta in vita per quei pochissimi giorni e ho potuto prenderla in braccio…finalmente, ho potuto stringerla a me sentendo il calore del suo corpo sul mio petto.

Penso di non aver mai conosciuto persona più coraggiosa in tutta la mia esistenza, seppur così piccola mi ha insegnato tantissimo. Aurora mi ha insegnato, nonostante tutto, che non bisogna mai arrendersi, che bisogna avere fiducia in sé stessi, che nei momenti più difficili abbiamo tanta forza dentro di noi e che bisogna tirarla fuori, che bisogna continuare a lottare se si vuole veramente qualcosa, che bisogna amare con tutti noi stessi ma anche che il dolore è una parte di noi, non possiamo pensare di esserne immuni ma che, con il tempo, si impara a conviverci e che niente e nessuno potrà mai portarti via i tuoi ricordi, le tue emozioni e una gran parte di te.